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INTRODUZIONE.
La storia di questo busto nasce quasi per scherzo durante l’ ultima edizione di Calenzano: il gruppo di amici con cui stavo visitando la mostra si era intestardito nel dire che un busto di un pirata esposto  sui tavoli mi assomigliava molto, ma la cosa non mi convinceva più di tanto: probabilmente sono io che mi vedo più bello di quello che sono!
Dopo qualche ora, durante l’ ennesimo giro tra le bancarelle dei negozianti, l’ occhio è caduto su quello che in origine era un meccanico molto fantasy: le orecchie sproporzionate, il mento a punta e la salopette da metalmeccanico erano molto più somiglianti a me di quanto non lo fosse l’ altro soggetto!
E qui il cervello ha cominciato a lavorare: ma se gli aggiungo il pizzetto come lo porto io ? E magari gli metto l’ orecchino come lo portavo qualche anno fa e la sigaretta (di cui purtroppo non posso fare a meno…)!
Se gli aggiungo anche il nome della ditta dove lavoro, sono io tra venticinque anni, quando sarò ancora in officina ad aspettare la pensione!
In un battibaleno avevo il portafogli in mano ! L’ idea di poter in qualche modo riprodurre me stesso mi affascinava, non è il solito figurino in cui si trasmette l’ amore per la storia, l’ uniformologia e si mettono a frutto le proprie tecniche, è stato un modo per mettere un po’ a nudo me stesso e anche per prendermi in giro... è stato già fatto altre volte da altri modellisti, sempre con ottimi risultati, ma ad ammirare i lavori dall’ esterno, non si riesce mai a comprendere il “legame” che si crea tra i pezzi ed il proprio autore. Ogni pezzo, storico o fantasy, è sempre influenzato da chi lo realizza, vuoi per i colori, per l’ambientazione, per l’utilizzo di toni cupi o brillanti; ognuno di noi ha una visione personale del soggetto, qualsiasi esso sia, e questo inevitabilmente si ripercuote sulla sua realizzazione.
Penso di non dire una novità affermando che anche uno stato d’animo può influenzare il risultato finale.
Spesso si sente dire “questo pezzo non mi è venuto un granchè…ma non mi piaceva il soggetto!” eppure le tecniche sono le stesse dei pezzi che ci soddisfano! Tutte queste “filosofie a basso costo” per spiegare che in qualche maniera si crea un legame tra il modello e il suo autore, anche se spesso a chi lo osserva dall’ esterno non è così chiaro: a me in questo caso ha fatto uno strano effetto avere tra le mani quella che per me è l’ idea di me stesso oltre i cinquant’ anni (uno psicologo dedurrebbe che ho una bassissima considerazione della mia persona!), e cercare di donargli alcune piccole caratteristiche di me stesso non è stato così facile, soprattutto perché siamo tutti molto abituati a guardare ed osservare i particolari di quello che ci circonda, ma raramente ci si ferma ad osservare noi stessi!
MONTAGGIO.
La scomposizione è veramente essenziale, il busto vero e proprio, la maschera da saldatore e tre attrezzi da riporre nella tasca (la pinza l’ ho eliminata perché non mi piaceva e ho tenuto solo la chiave ing lese e il cacciavite) per cui si assembla molto in fretta e le bave da eliminare sono relativamente poche e in posti che non compromettono il pezzo, l’ uso dello stucco è stato limitato ad alcune imperfezioni nella schiena. L’ unica perplessità l’ ho avuta dal tipo di resina grigia che assomiglia molto alla plastica come morbidezza e mi ha fatto dire addio a un paio di punte che si sono spezzate mentre lo imperniavo! L’ unica accortezza nel montaggio è stata quella di imperniare la maschera con un tondino metallico da 0,3 mm, per evitare accidentali distacchi nei vari trasporti e un robusto perno da 1 mm che andasse ad ancorare il busto alla basetta.
Le modifiche, per quanto essenziali e minime, sono quelle che caratterizzano il pezzo e lo fanno diventare tutto un altro soggetto rispetto all’ originale.
Il pizzetto l’ ho ottenuto con un piccolo salsicciotto di Duro, messo in posizione e poi lavorato con una spatola a simulare l’ effetto del pelo. L’ orecchino è un filo di rame sagomato su un supporto rotondo (il solito tondino d’ acciaio), su cui con un filo metallico più s ottile ho aggiunto una spirale a simulare un minimo di decoro. Anche la sigaretta infilata sopra l’ orecchio destro è un semplice pezzo di tondino metallico da mezzo millimetro, la pittura ha fatto il resto.
Per la scritta sulla pettorina, devo ammettere che per facilitarmi il lavoro di pittura ho un po’ “barato”: dopo aver carteggiato il motivo in rilievo del pezzo originale (un disegno geometrico di fantasia che potrebbe rappresentare un uccello o un aereo stilizzato), dal sito della ditta per cui lavoro ho copiato il logo, con un programma di fotoritocco l’ ho portato alle dimensioni che mi servivano dopo averlo stampato in bianco e nero su un normale foglio A4 l’ ho ritagliato e incollato in posizione. Alcune mani di colla vinilica molto diluita ha consolidato l’ insieme e ha reso liscia la superficie della carta, pur lasciando a vista la scritta. In questo modo ho ottenuto una “toppa” in rilievo, ben sagomata alla superficie della salopette e mi è rimasta una traccia da seguire nella colorazione della scritta.
PITTURA.
Il soggetto di per se è un fantasy, per cui si presterebbe molto bene all’ utilizzo di tinte forti, sature oppure a colorazioni inusuali e azzardate. Ma trattandosi di me stesso oltre il mezzo secolo e non considerando me stesso un prodotto di fantasia (anzi, spero di esserci ancora nel 2035!), ho preferito utilizzare dei toni più naturali, desaturati, e soprattutto nell’ incarnato ho cercato dei toni il più natura li possibile, anzi, rispetto alla mia tecnica usuale, molto chiari e con delle transizioni molto più morbide del solito pur mantenendo un discreto contrasto tra i toni di ogni colore.
Per l’ incarnato ho quindi utilizzato come base del Cork Brown Vallejo, con delle piccole aggiunte di verde nero per dargli un effetto ingrigito e anziano.Per mantenere questo effetto anche nelle successive lumeggiature, ad ogni passaggio di colore più chiaro (nell’ ordine: ulteriore Cork Brown, Flat Flesh e bianco avorio, tutti Vallejo) aggiungevo delle piccole quantità di nero e Flat Flesh, che danno una tonalità di grigio caldo che si differenzia molto nell’ effetto finale da quello che è un grigio ottenuto con nero+bianco. Alcuni lavaggi di rosso sulle gote e di viola sotto gli occhi hanno concluso il lavoro sul volto.
La maschera da saldatore l’ ho dipinta coi colori metallici Andrea, partendo da una base di Bruno van Dick+Verde+Bronzo, su cui ho dapprima effettuato dei lavaggi col nero puro su tutto il pezzo, per poi insistere nelle parti più scure. In questa maniera ho ottenuto subito tutte le ombre, per poi lavorare sui toni di luce aggiungendo progressivamente Gun Metal e Argento, fino ad utilizzare l’ argento puro Vallejo (molto più chiaro e brillante del corrispettivo Andre a) per i tocchi di luce massimi.
Il vetrino della maschera ha una base nera, sfumata verso l’ alto con azzurro e bianco, su cui ho riprodotto alcuni riflessi in stile Manga giapponese, per poi donare brillantezza al tutto con svariate mani di cera Future (che ho utilizzato anche per al posto dello smalto lucido sugli occhi).
La camicia e la pettorina sono ottenuti dalla stessa gamma di blu, (una mescola che parte da Blu di Oltremare più nero per la base, con aggiunta di blu ftalo, blu reale e bianco avorio per le luci, tutti colori Maimeri e tutti tagliati con minime quantità di Flat Flesh Vallejo), solo che per la camicia ho usato le tonalità più chiare, per la salopette quelle più scure, cercando poi con lavaggi di nero, verde e marrone di differenziare alcune zone e creare alcuni aloni di sporco e unto.
Sempre in pittura, ho cercato con dei tratti molto sottili di nero+terra d’ ombra naturale di simulare i peli sul petto che mi fanno assomigliare più ad un plantigrade che ad un essere umano.
CONCLUSIONI.
Il pezzo è stato sistemato su una basetta di Franco Serra. Siccome avevo intenzione di colorarla in  funzione del soggetto, ho scelto una basetta verniciata e non in legno naturale, per non rovinare la bellezza delle venature del legno, dipinta in grigio e esaltando gli spigoli con dei dry-brush di colore più chiaro di quello naturale. Per non appesantire il tutto, non ho voluto incollare una targhetta metallica, ma ho preferito dipingere il “titolo” a pennello. Il più è stato capire quale fosse il titolo adatto…è stato necessario un lungo consulto con altri modellisti, e dopo “Autoritratto tra vent’anni”,”Io da vecchio”,“2035, Odissea nell’ospizio”, la scelta è caduta su “Aleks, anno Domine 2035”…più semplice di così…
Si ringrazia la rivista QTM, Quaderni Tecnici di Modellismo, sul cui numero 0 è apparso questo articolo e che ci ha concesso di pubblicarlo in versione integrale sul nostro sito.

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